Catégorie : création

  • Forma e fatica [Forme et fatigue]

    Je suis heureux de vous partager le texte intitulé « Forma e fatica [Forme et fatigue] » que j’ai eu le plaisir d’écrire pour participer à un projet de recherche-création autour des thèmes de la fatigue et de la création artistique. Le texte sera intégré à l’exposition de l’artiste plasticien Enea Toldo en collaboration avec la curatrice Sibilla Panzeri, le 18 juin 2026 au Lokal-int à Bienne en Suisse.

    Ce texte s’inscrit dans une démarche de recherche personnelle et de recherche-création que je mène depuis 2025 autour de numérique, écriture et épuisement. J’interroge les technologie d’écriture, les forme d’écriture en lien avec la fatigue et l’épuisement. Ces travaux mobilisent des approches de recherche en théorie littéraire, en esthétique, en anthropologie de l’écriture et de la technique et en sciences de l’information et de la communication. Cela à partir des recherches doctorales sur les formes d’écriture et leur pouvoir d’augmentation et de façonnement des pratiques sociales, et notamment à partir de la définition deleuzienne de l’épuisement comme machine de production textuelle dans l’écriture de Samuel Beckett. Je mène une réflexion autour des divers rapports créatifs entre formes d’écriture et les notions de fatigue / d’épuisement qui pourraient guider les pratiques artistiques : fatiguer les formes, les formes fatiguées, les formes infatigables, se fatiguer des formes, donner forme à la fatigue, la fatigue comme forme, les formes vues depuis la fatigue, la fatigue informe ou sans forme. J’ai eu l’occasion d’intervenir avec la communication « Une lecture de L’Épuisé de Gilles Deleuze, entre théorie de la littérature et écriture numérique », au séminaire interne au laboratoire DICEN-IdF de la thématique « Traces » portant sur le thème de l’épuisement, à Université Paris Nanterre.

    Pour l’instant, le texte existe dans la seule version italienne :

    Forma e fatica

    « Caro Enea,

    Ho pensato nei giorni scorsi a che forma dovesse prendere questo testo ed ho deciso di esprimermi nel modo che mi è più familiare, facendo parlare con la mia voce letture e vissuto. 

    Faccio una prima premessa: in questo mio interrogare la forma del testo si trova già in parte uno dei centri delle mie riflessioni e della mia ricerca. Mi interesso alle forme come a delle tecnologie che producono testo e senso insieme, tecnologie dell’intelletto, tecnologie grafiche, pensiero oggettivato e trascritto che diventa struttura e strumento del pensare stesso (ne parla fra altr* l’antropologia della scrittura di Jack Goody).

    Ora: che rapporto c’è fra la forma e la fatica ? Mi sento di articolare in questo modo la domanda all’origine del mio testo: il mio pensiero fisso sulla forma, la tua domanda su ciò di cui siamo stufi. Forse fra le due c’è lo stesso rapporto che esiste fra subire ed inventare di cui parli tu nella mail in cui mi proponi di partecipare a questo progetto. Un’alternativa si delinea fra rimanere schiacciat* dal masso sisifeo, da ciò di cui siamo stuf*, continuare a sopportare senza poter davvero fare altro o liberarcene. Questa alternativa si basa, mi sembra, soprattutto su un rapporto di disposizione nel doppio senso posturale, di postura, di fronte a questa domanda, di fronte al mondo, da un lato e dall’altro di libertà di movimento, come un avere di nuovo a disposizione, libere, le mani per inventare (sono le mani liberate dalla postura eretta che creano la disposizione, il vuoto necessario per l’invenzione tecnica secondo l’antropologia di André Leroi-Gourhan).

    La lista, allora, come forma che originerà questo testo. Scelgo la lista non solo perché ci lavoro da qualche anno, non solo perché è una delle forme più antiche della scrittura, la forma che probabilmente più è stata usata (penso alla metafora o alla retroazione cibernetica come possibili concorrenti), che più è cambiata, che più hanno mostrato che si può fare qualcosa di nuovo con quello che già abbiamo – ma qualcosa di radicalmente nuovo? O forse una forma di cui non ci siamo ancora stancat* dal tempo dei primi passi nella scrittura delle civiltà antiche ci può dire qualcosa sull’argomento (possiamo stufarci di ciò che ci è essenziale come lo è la lista per la scrittura, di ciò che ci è più intimo di noi stess*?). La lista può dirci qualcosa, ancora, su forma e stanchezza, sulla stanchezza delle forme.

    Ma la scelgo anche perché la lista è essenzialmente la forma del brainstorming, della bozza, del preliminare, del pensiero svincolato da una narrazione o da una articolazione più complessa, del pensiero esplorativo, nascente, ed è così che concepisco questo testo. In altre parole, la lista è una forma di ascolto: le sue operazioni formali di origine grafica permettono di sondare il reale, di individuare, di selezionare ciò che è pertinente, di scartare ciò che non lo è. Nel passaggio dall’oralità alla scrittura, c’è stato infatti l’ascolto : l’inglese lo mostra meglio di altre lingue, la radice comune fralist e listening: usare una tecnologia di ascolto per scrivere sulla stanchezza. Nello stesso spirito di ascolto con cui ti poni tu di fronte alle persone a cui hai chiesto di partecipare a questo progetto, ma un ascolto formale, instrumentato in un certo senso.

    Una seconda premessa è d’ordine lessicale : “esser stuf*” non prende mai una forma nominale, mi sembra, in italiano, come la possono avere altri termini vicini semanticamente: stanchezza, fatica, sfinimento, esaurimento. Qualcuno o qualcuna “è stufo o è stufa”, sempre associato ad uno stato dell’essere e mai in senso astratto e nominale. Mi permetto di variare questi termini per avere a disposizione una maggiore combinatoria nel mio gioco esplorativo, anche se l’ “esser stuf*” mantiene una sfumatura di eccesso, di riempimento che non voglio ignorare (di fastidio, di troppo, del troppo che stroppia: la persona non è svuotata come quando è stanca o sfinita ma è riempita troppo).

    Lista di qualche operazione formale che posso fare sulla stanchezza

    1. Stancare le forme

    E quindi quale pensiero produce una data tecnologia, un dato strumento e come lo possiamo usare? Ciò che mi interessa è l’uso deviante di questa tecnologia (l’uso queer, come lo definisce Sara Ahmed), l’uso liberatorio, riflettere sugli usi artistici dell’uso (“the Uses of Use”). È l’usura forse il primo rapporto fra forma e fatica che mi viene in mente inteso anche come una prima forma di liberazione: far sì che sia la struttura a stancarsi, ad usurarsi, a consumarsi, far sì che sia il meccanismo, la forma mentis a deperire – e noi di nuovo dispost* e disponibil* al cambiamento. Esaurire le forme come intenzione estetica, come verbo attivo all’infinito: la forma che non è più sé stessa, la forma spinta al limite, diventa qualcosa di nuovo? Stancare una forma può anche ucciderla, passarla, trapassarla: c’è una resurrezione dopo la morte della forma? Potrebbe risvegliare la curiosità di andare al fondo di qualcosa per vedere cosa vi si trova, per scoprire che al fondo di qualsiasi cosa c’è sempre qualcos’altro. Il primo rapporto fra forma e stanchezza riguarda la possibilità formale di creare qualcosa di nuovo a partire dall’uso reiterato della stessa forma, ad esempio : una variazione sul tema, un’estetica della serialità, una forma ricorsiva, o tutt’altro.

    2. Le forme stanche (o le forme morte)

    Penso alla metafora viva e alla metafora morta di Paul Ricœur, e di conseguenza alle liste morte, le liste stufe che non listano più niente o che hanno esaurito il loro potere creativo. Penso alle forme dell’arte o del discorso che non servono più a niente, che bisogno o buttare o riuscire a riattivare. Mi vengono in mente diverse domande: è di queste forme morte di cui bisognerebbe liberarsi, sono queste a renderci arrabbiat* o trist*, esiste per ogni forma un ritorno alle origini, una sorte di fonte originaria inesauribile? Le forme morte nella nostra società sono quelle che non dicono più nulla, forse questo spunto è uno dei risultati della prima operazione ma è anche una domanda : quali forme usiamo che non dicono più nulla ? Che sono morte ? Che posto hanno nel nostro mondo e cosa ci fanno? Per tornare alla retorica: la metafora e la catacresi quando ormai entrano nel linguaggio comune e non dicono più niente di nuovo (la finestra di Windows, il mouse del computer, il cloud, e tutte le catacresi delle nuove tecnologie). Fa pensare a tutte quelle cose che ci circondano che nascondono il loro passato o il loro agire, che sono diventate invisibili : la rottura del metabolismo urbano moderno (non siamo più consapevoli dei processi di produzione di ciò che consumiamo), l’infrastruttura invisibile, si tratta forse di scovarle, di identificarle, di renderle di nuovo visibili, di metterci all’erta su tutto ciò che è incorporato, digerito, accettato.

    3. Le forme instancabili

    Le forme che non si stancano mai (come i folli di quel racconto di Franz Kafka, Bimbi sulla via maestra: “come potrebbero stancarsi i folli ?”) mi fanno pensare al rapporto alla logica, alla razionalità, ad una certa occidentalità iscritto nelle forme (l’alfabeto e la scrittura grafica sono stati da molt* associati ad una razionalità colonialista). La mente corre ovviamente verso l’enciclopedia cinese del racconto borgesiano citata da Michel Foucault nella prefazione a Les mots et les choses e verso l’instancabilità della lista di fronte alla ratio naturalista occidentale che si lascia indietro, per inverosimiglianza. Le forme stanche e le forme instancabili potrebbero allora essere due risultati del processo attivo di sfinimento delle forme : quelle che periscono, quelle che resistono.

    4. Stancarsi delle forme

    Antitetico alla prima intenzione di stancare le forme potrebbe essere il non volerle più usare, essere stanch*, noi, delle forme. Un quarto rapporto fra forma e stanchezza potrebbe tradurre una disposizione soggettiva rispetto alle forme che potrebbe comunque porsi come creativa : un’estetica del peggio, un’estetica decadente, una creazione svogliata, annoiata o costretta. Mi fa pensare soprattutto alle condizioni di produzione dell’arte, alla parte di lavoro nell’arte (al Lavorare stanca di Cesare Pavese), alla parte di coercizione nella creazione.

    5. Dare forma alla stanchezza

    Dare forma alla stanchezza è pensato come spunto antitetico alla stanchezza come forma, in una relazione di reciprocità : che effetto hanno la mise en forme, la textualisation sulla stanchezza e che cosa vuol dire pensare la stanchezza come un dispositivo formale, cosa fa la stanchezza alla forma, come si traduce in forma. Per il primo dei due : le forme sono creative, la lista forse è la forma generativa per eccellenza se si pensa che la creazione biblica prende la forma di un’enumerazione, di una lista di nomi di cose. Le forme producono pensiero, ma lo fanno in una forma precisa. Cosa fa la forma alla stanchezza? Listiamo la stanchezza come esperimento mentale creativo. Questo quinto rapporto è un metalinguaggio, richiama ciò che sta facendo questo abbozzo di testo, si chiede quali effetti può avere formarla, strutturarla, tesserla in una trama testuale precisa.

    6. La stanchezza come forma

    Senza dubbio il punto di partenza di questa riflessione, il testo che Gilles Deleuze scrisse in postfazione agli scritti per la televisione di Samuel Beckett, L’Épuisé. È un testo che riflette su fatica e sfinimento come forme letterarie, come macchine testuali. Riflettere sulla stanchezza come forma può voler dire attingere ad altre materie del pensiero per trasformarle in arte, nel caso di Beckett l’épuisement che entra nella produzione di forme artistiche diventa un gioco posturale, l’occupazione dello spazio, la geometria, la matematica e soprattutto la combinatoria. Provando a riassumere in due definizioni un testo denso e complesso, si parla di fatica come assenza di possibilità soggettive: un soggetto stanco non riesce più fare qualcosa. Si parla di esaurimento come assenza di possibilità oggettive: uno spazio esaurito non ha alcuna altra possibilità di essere percorso ancora. Formalmente, l’esaurimento si ottiene con dei soggetti che occupano ogni posizione possibile nello spazio, con l’enumerazione di ogni combinatoria narrativa possibile per una situazione data: esaurire il possibile è una meccanismo di produzione testuale che svuota di senso il reale (risponde alla domanda su come continuare a parlare senza avere nulla da dire, nel contesto del mutismo artistico post Shoah). Per Deleuze, l’esaurimento formale genera forme: cosa ci dicono queste forme? Sono un modo di superare l’impasse del non aver più niente da dire, per fare un passo indietro, pur paradossale, verso il metatestuale. La domanda potrebbe riguardare ora l’esser stuf* come forma: come si potrebbe tradurre il “troppo che stroppia”? Un’estetica post-barocca? Una ripetizione infinita? Quale ruolo vi avrebbe il soggetto? 

    7. Le forme da stanch*

    Come ci appaiono le forme quando siamo stanch*? Probabilmente diversamente da quando non lo siamo. Questo punto guarda alla dimensione della percezione, dell’aisthesis, dell’esperienza estetica, più corporale: le corps fatigué cosa sente ? L’idea mi viene da una raccolta di scritti sull’estetica della ricezione che porta sul corpo stanco: vi si difende la tesi che la stanchezza sia un’alterazione della coscienza, del sentire. Secondo un’epistemologia corporale della ricezione, il corpo stanco dà accesso ad una realtà estetica preclusa ai corpi riposati, ai corpi sani, c’è una fetta di mondo che si può vedere o percepire quando si è stanch* che non si può vedere altrimenti. Che cosa vediamo ora di questo mondo che non vedevamo prima? Forse il punto culminante di una liberazione collettiva, l’esperienza rivelatrice, arriverà quando saremo tutt* stuf*.

    8. La stanchezza informe o senza forma

    Si tratta di dare forma alla stanchezza ma concentrandosi sui rapporti di dominazione, sui rapporti fra “in and out” sottesi alle forme di scrittura (penso ad una lunga tradizione di pensiero sui rapporti fra sapere e potere che parte probabilmente da Michel Foucault per arrivare, fra altr* à Susan Leigh Star). La stanchezza delle voci ai margini, tutte le stanchezze che non hanno ancora trovato forma. Penso soprattutto al nomadismo delle persone che non hanno una terra dove riposare (ne parla Nadia Yala Kisukidi nel suo saggio per la raccolta Terres et Liberté. Manifeste antiraciste pour une écologie de la libération).Penso anche ai corpi esclusi dalla produzione delle forme, ai corpi troppo stanchi per produrne (soggettività costrette a diversi usi sociali del corpo come mostra la sociologia di Luc Boltanski). C’è un bisogno di ascoltare o di inventare forme diverse o nuove per la stanchezza che non si è ancora espressa, per quel surplus di stanchezza e di significato che rende le forme vive. Mi sembra che stancare le forme, le forme instancabili e la stanchezza informe siano degli spunti che indicano una zona di tensione ancora produttiva dei rapporti fra le due, due forme-risorsa o forme-divenire (svuotate dall’uso, dalla ragione e dal soggetto dominanti).

    Risulterà forse laborioso questo lavoro di messa in lista, preso senza dubbio dalla vertigine di cui parlava Umberto Eco (Vertigine della lista). Mi sembra però che ogni punto dica qualcosa di almeno un po’ diverso dagli altri, che ognuno apra una direzione per certi aspetti eterogenea. Avrei voluto finire con un pensiero ecologico, forse in vece di ouverture, nel momento in cui la stanchezza si pensa non solamente in termini formali ma anche materiali, anche nel senso di un’epistemologia del supporto d’iscrizione delle forme o di una semiotica plastica – ho parlato del corpo stanco ma potrei parlare anche del mondo stanco. Magari una prossima volta.

    A presto,

    Irene »

  • Publication de Hybrid 13. Vies et vitalités des mèmes (vol. 2)

    Le numéro 13 de la revue Hybrid consacré aux mèmes « Performativités, domestications et résistances mémétiques. Vies et vitalités des mèmes (vol. 2) » que j’ai eu le plaisir de co-diriger est en ligne ! Un grand merci à toustes celleux qui y ont participé.

    Nous avons écrit l’introduction au numéro à plusieurs mains avec Laurence Allard, Fabrizio Defilippi, Lucas Fritz, Adrien Péquignot et Gabriele Stera.

    « Opérateurs de multiples allers-retours entre espaces connectés et non connectés, les mèmes peuvent devenir un puissant vecteur idéologique qui polarise et politise. Vecteurs de significations sociales partagées (Defilippi & Fritz, 2022), ils font émerger des communautés (précaires et provisoires) qui peuvent se construire « en négatif », contre des cibles précises (catégories, idées et visions du monde indésirables). La lutte entre gnomes et chevaliers met en scène un désir individuel et collectif de « prendre position », contrequelque chose avant tout, suivant des tendances sociales plus affectives que raisonnées : dynamique qui caractérise une bonne partie de la production mémétique contemporaine. »

    « Reprenant l’opposition entre in vivo et in vitro, ce numéro vise à éclairer l’entremêlement du scientifique et de l’industrie à la lumière des tensions historiques aux durées multiples, du spectre des guerres comme celui des « souffrances de l’Histoire » (Haraway, 2020), des rapports d’exploitation et de domination des non-humains, mais aussi de la corporéité et de la biologie humaine. Il offre également l’occasion de réfléchir à la place du langage scientifique et de sa rationalité dans l’altération de l’écosystème mémétique – et, in fine, d’explorer la question de l’auto-modification collective des corps des chercheurs et chercheuses par le prisme de ces jeux mémétiques (pas si innocents) et de leurs dispositifs de production, qu’il s’agisse de conversations WhatsApp ou de dialogues muséaux. »

  • Publication de Hybrid 12. Vies et vitalités des mèmes (vol. 1)

    Le numéro 12 de la revue Hybrid consacré aux mèmes « Naissance et renaissance des mèmes. Vies et vitalités des mèmes (vol. 1) » que j’ai eu le plaisir de co-diriger est en ligne ! Un grand merci à toustes celleux qui y ont participé.

    Nous avons écrit l’introduction au numéro à plusieurs mains avec Laurence Allard, Fabrizio Defilippi, Lucas Fritz, Adrien Péquignot et Gabriele Stera.

    « La question de la « vie » des mèmes anime ce numéro 12 d’Hybrid, intitulé Vies et vitalités des mèmes (vol. 1) : Naissance et renaissance des mèmes, ainsi que le numéro 13 – à paraître en avril 2025. Ces deux dossiers s’inscrivent dans la continuité d’une réflexion collective commencée avec la journée d’étude « No(u)s mèmes » qui s’est tenue le 14 octobre 2022 au CNAM de Paris. Dans ces deux numéros, nous souhaitons interroger les « vies multiples » des mèmes, en nous intéressant en particulier aux manières créatives et inattendues dont les mèmes prennent vie dans nos espaces quotidiens.

    Comme l’a souligné Wagener (2022), les mèmes ont une dimension postdigitale, ils créent des courts-circuits entre réalité et fiction, entre vies vécues « pour de vrai » et vies fantasmées. Comme dans le cas du Doge et des backrooms, les mèmes peuvent vivre une vie indépendante des personnages ou des situations qui les ont générés. En occupant notre attention et nos espaces quotidiens, en ligne et hors ligne, ils finissent par nous « hanter », et ce d’une telle manière que nous en subissons non seulement le charme, mais aussi, peut-être, les effets indésirables (comme la captation de notre attention ou la propagation de contenus haineux et politiquement problématiques). Interroger les mèmes du point de vue de leur vie offre, ainsi, un large éventail de perspectives théoriques à la réflexion info-communicationnelle autour de cet objet, au-delà d’une approche immanentiste qui serait pensée uniquement comme une combinaison de texte(s) et image(s). »

  • Projet de recherche « No(u)s mèmes »

    « No(u)s mèmes » est un projet de recherche initié en 2022 et actif aujourd’hui. Il naît dans le contexte de l’organisation d’une journée d’études « No(u)s mèmes » qui a eu lieu le 14 octobre 2022 au CNAM à Paris. Cette journée d’étude, organisée avec le soutien de l’EUR ArTeC, aborde les mèmes en tant que nouvelles formes d’écriture du « soi » et du « nous ». Étudier « nos » mèmes signifierait, alors, comprendre quelque chose de « nous-mêmes », de nos pratiques, en ligne et hors ligne, de nos imaginaires et de nos liens cognitivo-affectifs, entre expression intime et renouvellement de l’« horizon de sens » collectif. La co-direction des numéros #11 et #12 de la revue Hybrid avec Laurence Allard intitulés « Vies et vitalités des mèmes » s’inscrit dans la continuité des thématiques développées lors de la journée d’étude. Le projet comprend également des missions ponctuelles de médiation scientifique telles que l’organisation d’ateliers invitant à la réflexion autour des mèmes lors de la Fête de la Science 2023 à l’Université Paris Nanterre en collaboration avec des artistes. Il ouvre également à des modalités pédagogiques innovantes autour de l’objet-mème.

    Porteures du projet

    • Fabrizio Defilippi, docteur (Dicen-IdF, EA 7339)
    • Irene De Togni, docteure (Dicen-IdF, EA 7339)
    • Lucas Fritz, doctorant (Dicen-IdF – ED 138 / Iris – EHESS)
    • Adrien Péquignot, doctorant (EUR ArTeC / Cemti – EA 3388)
    • Gabriele Stera, doctorant (EUR ArTeC / FabLitt – EA 7322 LHE)

    Présentation du projet

    Bien que le terme de « même » soit employé depuis les années 70 pour désigner un « élément culturel se propageant de façon interindividuelle par copie ou imitation (Dawkins, 1972), le mème se distingue d’autres contenus numériques par sa forme (souvent des images, animées ou non, associées à un texte court), ses lieux d’émergence (les réseaux sociaux numériques) et son mode de diffusion (les utilisateur.ices de ces réseaux). Entre divertissement et politique, la prolifération de mèmes brouille progressivement les frontières entre cultures underground et mainstream, en constituant un phénomène social et communicationnel important.

    Au niveau académique, le mème fait désormais l’objet d’une réflexion interdisciplinaire, au carrefour entre les sciences de l’information et la communication, l’art et la philosophie. Notre groupe souhaiterait développer une réflexion sur ce phénomène à travers une approche capable de saisir ses différentes facettes communicationnelles, esthétiques, socio-techniques et politiques. Ainsi, nous voudrions décrire et comprendre les tendances et les dynamiques liées à la création, diffusion et évolution des mèmes, mais aussi en saisir le potentiel artistique et politique :

    1- Nous abordons les mèmes en tant que nouvelles formes d’écriture du soi et du « nous », en faisant l’hypothèse qu’ils sont à la fois un point de convergence de tendances sociales et un outil d’expression intime, un moyen de renouvellement de l’horizon de sens collectif mais aussi une « arme » de radicalisation politique (Wu Ming 1, 2021). En tant que vecteurs de significations sociales, les mèmes peuvent contribuer à l’émergence de communautés en ligne, jouant un rôle dans les luttes politiques et dans la construction identitaire de groupes hétérogènes. De quelle manière les mèmes participent-ils à la création d’un imaginaire social partagé ? Comment la critique des dynamiques de pouvoir peut-elle évoluer à travers la production mémétique ? Comment la communication par les mèmes peut-elle donner vie à de nouvelles formes d’interaction sociale et politique?

    2- Nous nous approchons au phénomène mémétique par sa dimension créative, en proposant de concevoir les mèmes comme un medium qui rend possibles de nouvelles formes de recherche collective. Nous voudrions mettre en place notamment de dispositifs qui permettent de « performer » le même comme un outil d’expression artistique (Tanni, 2020), en utilisant le statut pluriel du mème, qui est à la fois un objet culturel à part entière, une icône de la culture Internet ou encore un symbole de certaines fonctions communicationnelles à l’ère du numérique (comme l’émotion liée à la fatigue d’être soi, à l’isolement social ou à la solidarité politique). Si le mème existe seulement dans et par sa diffusion, au-delà de toute prétention de « privatisation », comment faire fructifier son potentiel créatif ? Qu’est-ce que le mème nous permet de voir de nous-mêmes et de notre société ? Quel rapport existe-t-il entre l’art et la production mémétique ?

    Quels sont donc nos mèmes et qu’est-ce qu’ils nous font ? Comment leur présence constante traverse notre quotidienneté, en influençant également nos questions de recherche académiques ? Ces quelques réflexions constituent le point de départ pour le travail de notre groupe interdisciplinaire et s’inscrivent dans les trois axes de recherche de l’EUR ArTeC, dans la mesure où les mèmes représentent une nouvelle façon d’écrire et publier, questionnent les liens entre recherche et création, et constituent une médiation technologique de plus en plus importante.

    Références bibliographiques

    • Hobson, H., Modi, K. (2019), Socialist Imaginaries and Queer Futures: Memes as Sites of Collective Imagining, in Post Memes. Seizing the Memes of Production, Punctum Books, pp. 327-352.
    • Gal, N., Shifman, L., & Kampf, Z. (2016), “It Gets Better”: Internet memes and the construction of collective identity, New Media & Society, 18(8), pp. 1698–1714.
    • Kaplan, F., Nova, N. (2016), La culture Internet des mèmes, Lausanne, Presses polytechniques et universitaires romandes.
    • Shifman, L. (2014), Memes in digital culture, Cambridge, MIT Press.
    • Tanni, V. (2020), Memestetica. Il settembre eterno dell’arte, Roma, Nero Editions.

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