Je suis heureux de vous partager le texte intitulé « Forma e fatica [Forme et fatigue] » que j’ai eu le plaisir d’écrire pour participer à un projet de recherche-création autour des thèmes de la fatigue et de la création artistique. Le texte sera intégré à l’exposition de l’artiste plasticien Enea Toldo en collaboration avec la curatrice Sibilla Panzeri, le 18 juin 2026 au Lokal-int à Bienne en Suisse.
Ce texte s’inscrit dans une démarche de recherche personnelle et de recherche-création que je mène depuis 2025 autour de numérique, écriture et épuisement. J’interroge les technologie d’écriture, les forme d’écriture en lien avec la fatigue et l’épuisement. Ces travaux mobilisent des approches de recherche en théorie littéraire, en esthétique, en anthropologie de l’écriture et de la technique et en sciences de l’information et de la communication. Cela à partir des recherches doctorales sur les formes d’écriture et leur pouvoir d’augmentation et de façonnement des pratiques sociales, et notamment à partir de la définition deleuzienne de l’épuisement comme machine de production textuelle dans l’écriture de Samuel Beckett. Je mène une réflexion autour des divers rapports créatifs entre formes d’écriture et les notions de fatigue / d’épuisement qui pourraient guider les pratiques artistiques : fatiguer les formes, les formes fatiguées, les formes infatigables, se fatiguer des formes, donner forme à la fatigue, la fatigue comme forme, les formes vues depuis la fatigue, la fatigue informe ou sans forme. J’ai eu l’occasion d’intervenir avec la communication « Une lecture de L’Épuisé de Gilles Deleuze, entre théorie de la littérature et écriture numérique », au séminaire interne au laboratoire DICEN-IdF de la thématique « Traces » portant sur le thème de l’épuisement, à Université Paris Nanterre.
Pour l’instant, le texte existe dans la seule version italienne :
« Caro Enea,
Ho pensato nei giorni scorsi a che forma dovesse prendere questo testo ed ho deciso di esprimermi nel modo che mi è più familiare, facendo parlare con la mia voce letture e vissuto.
Faccio una prima premessa: in questo mio interrogare la forma del testo si trova già in parte uno dei centri delle mie riflessioni e della mia ricerca. Mi interesso alle forme come a delle tecnologie che producono testo e senso insieme, tecnologie dell’intelletto, tecnologie grafiche, pensiero oggettivato e trascritto che diventa struttura e strumento del pensare stesso (ne parla fra altr* l’antropologia della scrittura di Jack Goody).
Ora: che rapporto c’è fra la forma e la fatica ? Mi sento di articolare in questo modo la domanda all’origine del mio testo: il mio pensiero fisso sulla forma, la tua domanda su ciò di cui siamo stufi. Forse fra le due c’è lo stesso rapporto che esiste fra subire ed inventare di cui parli tu nella mail in cui mi proponi di partecipare a questo progetto. Un’alternativa si delinea fra rimanere schiacciat* dal masso sisifeo, da ciò di cui siamo stuf*, continuare a sopportare senza poter davvero fare altro o liberarcene. Questa alternativa si basa, mi sembra, soprattutto su un rapporto di disposizione nel doppio senso posturale, di postura, di fronte a questa domanda, di fronte al mondo, da un lato e dall’altro di libertà di movimento, come un avere di nuovo a disposizione, libere, le mani per inventare (sono le mani liberate dalla postura eretta che creano la disposizione, il vuoto necessario per l’invenzione tecnica secondo l’antropologia di André Leroi-Gourhan).
La lista, allora, come forma che originerà questo testo. Scelgo la lista non solo perché ci lavoro da qualche anno, non solo perché è una delle forme più antiche della scrittura, la forma che probabilmente più è stata usata (penso alla metafora o alla retroazione cibernetica come possibili concorrenti), che più è cambiata, che più hanno mostrato che si può fare qualcosa di nuovo con quello che già abbiamo – ma qualcosa di radicalmente nuovo? O forse una forma di cui non ci siamo ancora stancat* dal tempo dei primi passi nella scrittura delle civiltà antiche ci può dire qualcosa sull’argomento (possiamo stufarci di ciò che ci è essenziale come lo è la lista per la scrittura, di ciò che ci è più intimo di noi stess*?). La lista può dirci qualcosa, ancora, su forma e stanchezza, sulla stanchezza delle forme.
Ma la scelgo anche perché la lista è essenzialmente la forma del brainstorming, della bozza, del preliminare, del pensiero svincolato da una narrazione o da una articolazione più complessa, del pensiero esplorativo, nascente, ed è così che concepisco questo testo. In altre parole, la lista è una forma di ascolto: le sue operazioni formali di origine grafica permettono di sondare il reale, di individuare, di selezionare ciò che è pertinente, di scartare ciò che non lo è. Nel passaggio dall’oralità alla scrittura, c’è stato infatti l’ascolto : l’inglese lo mostra meglio di altre lingue, la radice comune fralist e listening: usare una tecnologia di ascolto per scrivere sulla stanchezza. Nello stesso spirito di ascolto con cui ti poni tu di fronte alle persone a cui hai chiesto di partecipare a questo progetto, ma un ascolto formale, instrumentato in un certo senso.
Una seconda premessa è d’ordine lessicale : “esser stuf*” non prende mai una forma nominale, mi sembra, in italiano, come la possono avere altri termini vicini semanticamente: stanchezza, fatica, sfinimento, esaurimento. Qualcuno o qualcuna “è stufo o è stufa”, sempre associato ad uno stato dell’essere e mai in senso astratto e nominale. Mi permetto di variare questi termini per avere a disposizione una maggiore combinatoria nel mio gioco esplorativo, anche se l’ “esser stuf*” mantiene una sfumatura di eccesso, di riempimento che non voglio ignorare (di fastidio, di troppo, del troppo che stroppia: la persona non è svuotata come quando è stanca o sfinita ma è riempita troppo).
Lista di qualche operazione formale che posso fare sulla stanchezza
1. Stancare le forme
E quindi quale pensiero produce una data tecnologia, un dato strumento e come lo possiamo usare? Ciò che mi interessa è l’uso deviante di questa tecnologia (l’uso queer, come lo definisce Sara Ahmed), l’uso liberatorio, riflettere sugli usi artistici dell’uso (“the Uses of Use”). È l’usura forse il primo rapporto fra forma e fatica che mi viene in mente inteso anche come una prima forma di liberazione: far sì che sia la struttura a stancarsi, ad usurarsi, a consumarsi, far sì che sia il meccanismo, la forma mentis a deperire – e noi di nuovo dispost* e disponibil* al cambiamento. Esaurire le forme come intenzione estetica, come verbo attivo all’infinito: la forma che non è più sé stessa, la forma spinta al limite, diventa qualcosa di nuovo? Stancare una forma può anche ucciderla, passarla, trapassarla: c’è una resurrezione dopo la morte della forma? Potrebbe risvegliare la curiosità di andare al fondo di qualcosa per vedere cosa vi si trova, per scoprire che al fondo di qualsiasi cosa c’è sempre qualcos’altro. Il primo rapporto fra forma e stanchezza riguarda la possibilità formale di creare qualcosa di nuovo a partire dall’uso reiterato della stessa forma, ad esempio : una variazione sul tema, un’estetica della serialità, una forma ricorsiva, o tutt’altro.
2. Le forme stanche (o le forme morte)
Penso alla metafora viva e alla metafora morta di Paul Ricœur, e di conseguenza alle liste morte, le liste stufe che non listano più niente o che hanno esaurito il loro potere creativo. Penso alle forme dell’arte o del discorso che non servono più a niente, che bisogno o buttare o riuscire a riattivare. Mi vengono in mente diverse domande: è di queste forme morte di cui bisognerebbe liberarsi, sono queste a renderci arrabbiat* o trist*, esiste per ogni forma un ritorno alle origini, una sorte di fonte originaria inesauribile? Le forme morte nella nostra società sono quelle che non dicono più nulla, forse questo spunto è uno dei risultati della prima operazione ma è anche una domanda : quali forme usiamo che non dicono più nulla ? Che sono morte ? Che posto hanno nel nostro mondo e cosa ci fanno? Per tornare alla retorica: la metafora e la catacresi quando ormai entrano nel linguaggio comune e non dicono più niente di nuovo (la finestra di Windows, il mouse del computer, il cloud, e tutte le catacresi delle nuove tecnologie). Fa pensare a tutte quelle cose che ci circondano che nascondono il loro passato o il loro agire, che sono diventate invisibili : la rottura del metabolismo urbano moderno (non siamo più consapevoli dei processi di produzione di ciò che consumiamo), l’infrastruttura invisibile, si tratta forse di scovarle, di identificarle, di renderle di nuovo visibili, di metterci all’erta su tutto ciò che è incorporato, digerito, accettato.
3. Le forme instancabili
Le forme che non si stancano mai (come i folli di quel racconto di Franz Kafka, Bimbi sulla via maestra: “come potrebbero stancarsi i folli ?”) mi fanno pensare al rapporto alla logica, alla razionalità, ad una certa occidentalità iscritto nelle forme (l’alfabeto e la scrittura grafica sono stati da molt* associati ad una razionalità colonialista). La mente corre ovviamente verso l’enciclopedia cinese del racconto borgesiano citata da Michel Foucault nella prefazione a Les mots et les choses e verso l’instancabilità della lista di fronte alla ratio naturalista occidentale che si lascia indietro, per inverosimiglianza. Le forme stanche e le forme instancabili potrebbero allora essere due risultati del processo attivo di sfinimento delle forme : quelle che periscono, quelle che resistono.
4. Stancarsi delle forme
Antitetico alla prima intenzione di stancare le forme potrebbe essere il non volerle più usare, essere stanch*, noi, delle forme. Un quarto rapporto fra forma e stanchezza potrebbe tradurre una disposizione soggettiva rispetto alle forme che potrebbe comunque porsi come creativa : un’estetica del peggio, un’estetica decadente, una creazione svogliata, annoiata o costretta. Mi fa pensare soprattutto alle condizioni di produzione dell’arte, alla parte di lavoro nell’arte (al Lavorare stanca di Cesare Pavese), alla parte di coercizione nella creazione.
5. Dare forma alla stanchezza
Dare forma alla stanchezza è pensato come spunto antitetico alla stanchezza come forma, in una relazione di reciprocità : che effetto hanno la mise en forme, la textualisation sulla stanchezza e che cosa vuol dire pensare la stanchezza come un dispositivo formale, cosa fa la stanchezza alla forma, come si traduce in forma. Per il primo dei due : le forme sono creative, la lista forse è la forma generativa per eccellenza se si pensa che la creazione biblica prende la forma di un’enumerazione, di una lista di nomi di cose. Le forme producono pensiero, ma lo fanno in una forma precisa. Cosa fa la forma alla stanchezza? Listiamo la stanchezza come esperimento mentale creativo. Questo quinto rapporto è un metalinguaggio, richiama ciò che sta facendo questo abbozzo di testo, si chiede quali effetti può avere formarla, strutturarla, tesserla in una trama testuale precisa.
6. La stanchezza come forma
Senza dubbio il punto di partenza di questa riflessione, il testo che Gilles Deleuze scrisse in postfazione agli scritti per la televisione di Samuel Beckett, L’Épuisé. È un testo che riflette su fatica e sfinimento come forme letterarie, come macchine testuali. Riflettere sulla stanchezza come forma può voler dire attingere ad altre materie del pensiero per trasformarle in arte, nel caso di Beckett l’épuisement che entra nella produzione di forme artistiche diventa un gioco posturale, l’occupazione dello spazio, la geometria, la matematica e soprattutto la combinatoria. Provando a riassumere in due definizioni un testo denso e complesso, si parla di fatica come assenza di possibilità soggettive: un soggetto stanco non riesce più fare qualcosa. Si parla di esaurimento come assenza di possibilità oggettive: uno spazio esaurito non ha alcuna altra possibilità di essere percorso ancora. Formalmente, l’esaurimento si ottiene con dei soggetti che occupano ogni posizione possibile nello spazio, con l’enumerazione di ogni combinatoria narrativa possibile per una situazione data: esaurire il possibile è una meccanismo di produzione testuale che svuota di senso il reale (risponde alla domanda su come continuare a parlare senza avere nulla da dire, nel contesto del mutismo artistico post Shoah). Per Deleuze, l’esaurimento formale genera forme: cosa ci dicono queste forme? Sono un modo di superare l’impasse del non aver più niente da dire, per fare un passo indietro, pur paradossale, verso il metatestuale. La domanda potrebbe riguardare ora l’esser stuf* come forma: come si potrebbe tradurre il “troppo che stroppia”? Un’estetica post-barocca? Una ripetizione infinita? Quale ruolo vi avrebbe il soggetto?
7. Le forme da stanch*
Come ci appaiono le forme quando siamo stanch*? Probabilmente diversamente da quando non lo siamo. Questo punto guarda alla dimensione della percezione, dell’aisthesis, dell’esperienza estetica, più corporale: le corps fatigué cosa sente ? L’idea mi viene da una raccolta di scritti sull’estetica della ricezione che porta sul corpo stanco: vi si difende la tesi che la stanchezza sia un’alterazione della coscienza, del sentire. Secondo un’epistemologia corporale della ricezione, il corpo stanco dà accesso ad una realtà estetica preclusa ai corpi riposati, ai corpi sani, c’è una fetta di mondo che si può vedere o percepire quando si è stanch* che non si può vedere altrimenti. Che cosa vediamo ora di questo mondo che non vedevamo prima? Forse il punto culminante di una liberazione collettiva, l’esperienza rivelatrice, arriverà quando saremo tutt* stuf*.
8. La stanchezza informe o senza forma
Si tratta di dare forma alla stanchezza ma concentrandosi sui rapporti di dominazione, sui rapporti fra “in and out” sottesi alle forme di scrittura (penso ad una lunga tradizione di pensiero sui rapporti fra sapere e potere che parte probabilmente da Michel Foucault per arrivare, fra altr* à Susan Leigh Star). La stanchezza delle voci ai margini, tutte le stanchezze che non hanno ancora trovato forma. Penso soprattutto al nomadismo delle persone che non hanno una terra dove riposare (ne parla Nadia Yala Kisukidi nel suo saggio per la raccolta Terres et Liberté. Manifeste antiraciste pour une écologie de la libération).Penso anche ai corpi esclusi dalla produzione delle forme, ai corpi troppo stanchi per produrne (soggettività costrette a diversi usi sociali del corpo come mostra la sociologia di Luc Boltanski). C’è un bisogno di ascoltare o di inventare forme diverse o nuove per la stanchezza che non si è ancora espressa, per quel surplus di stanchezza e di significato che rende le forme vive. Mi sembra che stancare le forme, le forme instancabili e la stanchezza informe siano degli spunti che indicano una zona di tensione ancora produttiva dei rapporti fra le due, due forme-risorsa o forme-divenire (svuotate dall’uso, dalla ragione e dal soggetto dominanti).
Risulterà forse laborioso questo lavoro di messa in lista, preso senza dubbio dalla vertigine di cui parlava Umberto Eco (Vertigine della lista). Mi sembra però che ogni punto dica qualcosa di almeno un po’ diverso dagli altri, che ognuno apra una direzione per certi aspetti eterogenea. Avrei voluto finire con un pensiero ecologico, forse in vece di ouverture, nel momento in cui la stanchezza si pensa non solamente in termini formali ma anche materiali, anche nel senso di un’epistemologia del supporto d’iscrizione delle forme o di una semiotica plastica – ho parlato del corpo stanco ma potrei parlare anche del mondo stanco. Magari una prossima volta.
A presto,
Irene »